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La critica di Mario Messinis al concerto di Arcadi Volodos

Arcadi Volodos, il sommo pianista di San Pietroburgo, suona per la prima volta a Venezia, alla Fenice per Musikàmera. Sorprendono i suoi mezzi immacolati -mai udito un simile controllo della tastiera-, in funzione di una creatività visionaria. Così nei Papillons, singolare pagina della giovinezza di Schumann, il suono vola e i valzer di cui è intessuta l'opera vivono in un aereo passo di danza trasfigurato. Con sapienza Volodos stringe i nessi tra questo Schumann e i Capricci dell'opera 76 di Brahms in un gioco di sottili allusioni. È un Brahms riletto in modo del tutto nuovo, grazie a una impressionante varietà dinamica con pianissimi impercettibili e improvvise accensioni. Non è il Brahms della tradizione tedesca, come il beethovenismo di Schnabel o la severità meditativa di Kempff, ma una lucente libertà nella coesistenza di immaginazione irrazionale e rigore della forma.Con l'ultima Sonata di Schubert D 960 tocchiamo la più alta riflessione di Volodos. I movimenti sono molto distesi, nell'Adagio fino al limite della percezione. Culmine della serata il clima onirico del secondo tempo. Dopo l'ideologia affermativa di Beethoven, Schubert si inoltra nella notte romantica, che è nel cuore di Volodos. Nella timbrica evanescente si intravvede il suono traslucido e rarefatto di Scriabin: memorie moscovite di un artista pur calato nella cultura mitteleuropea. Quattro bis: due intermezzi op. 117 di Brahms, l'Andantino della Sonata in La minore D 954 di Schubert e una trascrizione dello stesso Volodos di un brano di Rachmaninov. Un trionfo.

Mario Messinis (Il Gazzettino, 14.04.2018)

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